RIASSUNTO IN 500 CARATTERI: dopo mesi di caldo e asfalto, torniamo in MTB al Forte Pattacroce e Piccolo Moncenisio sulle montagne della Valsusa, tra strade militari d’alta quota, panorami autunnali e fortificazioni dimenticate. Raggiungiamo la Batteria Pattacroce, ne esploriamo i sotterranei imbattendoci nei resti di uno scheletro di mucca, e proseguiamo verso il magnifico pianoro del Piccolo Moncenisio. Un’uscita che diventa anche l’occasione per riscoprire il senso che voglio dare alla mountain bike: meno adrenalina e ricerca della difficoltà tecnica, più esplorazione, fatica e voglia di raggiungere luoghi che meritano di essere scoperti.
Moncenisio in MTB: Pattacroce e Piccolo Moncenisio
Dopo mesi di estate calda e bitume, siamo finalmente tornati a pensare a mettere le chiappe sulla mountain bike. Tra l’altro, la mia era ancora allestita come una monster gravel, con il manubrio in stile Salsa Corner Bar montato per la Coglia Coglia Coglia di Bergamo, a cui avevamo partecipato in primavera e della stessa manifestazione conservava ancora il fango e la polvere accumulati lungo il percorso.
La destinazione di giornata è il colle del Moncenisio e l’idea è quella di andare a esplorare il forte Pattacroce e tornare, dopo parecchi anni, al Piccolo Moncenisio. Scrivo tornare perché è un luogo a cui sono particolarmente legato, soprattutto per un servizio fotografico realizzato nell’ottobre del 2014 per la rivista inglese Motorcycle News, in compagnia del giornalista Michael Guy. Di quella giornata ricordo ancora perfettamente il meteo, plumbeo, e i colori degli alberi, letteralmente esplosivi.







Parcheggiamo quindi l’auto a Bar Cenisio, dove la temperatura è gelida e un venticello altrettanto freddo non contribuisce certo a farci venire voglia di scendere dalla macchina.

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Per fortuna, basta iniziare a salire sulla sterrata in direzione del lago Arpone perché le cose cambino rapidamente: sale la temperatura dell’aria, ma soprattutto quella corporea, e dopo i primi metri di salita il freddo passa rapidamente in secondo piano.
Dal lago Arpone alla diga del Moncenisio
Arriviamo allo scollinamento dopo il lago e ci troviamo davanti l’immenso sbarramento della diga del Moncenisio. Fa davvero impressione pensare che a contenere questo enorme e scenografico lago, posto a circa 1.970 metri di quota, siano principalmente terra e sassi; niente di particolarmente appariscente a guardarlo da lontano, eppure una struttura imponente che si inserisce nel paesaggio senza passare inosservata.

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Nel frattempo il fondo è passato dall’asfalto alla strada bianca, per poi trasformarsi nella classica strada militare d’alta quota, con quelle pietre piantate nel terreno che resistono ai passaggi, al freddo e alle intemperie da oltre un secolo. Siamo a metà ottobre, viaggiamo attorno ai 2.000 metri con i pantaloni corti e una maglia termica leggera, circondati da un paesaggio nel quale i colori dell’autunno si fanno decisamente notare; non è proprio la classica giornata in cui uno si aspetterebbe di pedalare vestito così, ma evidentemente ci dev’essere inversione termica perchè a Susa faceva parecchio fresco.

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Costeggiamo il lago dall’alto fino a raggiungere il bivio per la Batteria Pattacroce, conosciuta dai francesi come Pattacreuse. La fortificazione venne costruita tra il 1887 e il 1889, in una posizione dalla quale era possibile controllare il valico del Piccolo Moncenisio e le vie di accesso circostanti. In sostanza, si trattava di uno dei tanti punti strategici di questo settore delle Alpi, dove tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento vennero realizzate opere militari in quantità.

La strada sale con una pendenza tutto sommato gradevole, disegnando una serie di tornanti che ci permettono di guadagnare quota senza dover faticare troppo. È proprio qui che incontriamo due escursionisti olandesi, con i quali scambiamo un paio di battute prima di riprendere la salita; intanto, il lago diventa sempre più piccolo sotto di noi e i resti della fortificazione si avvicinano progressivamente.
Batteria Pattacroce: una storia militare piuttosto breve
Arrivati nei pressi della fortificazione, vale la pena ricordare che la sua vita operativa fu piuttosto breve. Già pochi anni dopo la costruzione, i francesi realizzarono opere difensive in posizione più elevata, tra cui i forti del Mont Froid e del Petit Turra, che avrebbero potuto colpire la batteria italiana con un evidente vantaggio di quota.

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A quel punto, mantenere in funzione i cannoni del Pattacroce aveva sempre meno senso; mezzo secolo dopo vennero realizzate nuove postazioni in caverna e vedere oggi i resti di questa costruzione è comunque affascinante e viene spontaneo chiedersi quanto gli esseri umani siano bravi, o idioti, nel costruire opere destinate ad ammazzare altri esseri umani. Ma bando al buonismo e alla filosofia spicciola, perché la parte più interessante della giornata deve ancora arrivare.
Esplorazione sotterranea: ossa nel buio
Mentre giriamo tra i resti della batteria, notiamo delle scale che scendono all’interno della montagna, probabilmente proprio alle postazioni in caverna di cui accennavo poco sopra: la tentazione di esplorare i sotterranei è troppo forte e così, armati delle minuscole luci dei nostri smartphone, iniziamo a inoltrarci nel buio.


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Vaghiamo per un po’ senza vedere granché, finché Moreno esclama: «Ma cos’è sta roba? Un osso?» subito dopo Sandrino ribatte: «Eh già, e qua ce n’è un altro»
In quel momento sono in testa al gruppo e, puntando la luce davanti a me, illumino quello che sembra essere lo scheletro completo di una mucca. Ammetto candidamente di essermela fatta addosso quando questo ammasso di ossa è apparso nel buio più buio; non è esattamente quello che ti aspetti di trovare durante una tranquilla esplorazione di una vecchia fortificazione militare, soprattutto quando sei convinto che il massimo pericolo sia quello di prendere una testata contro qualche spigolo.

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La nostra ipotesi è che la carcassa possa essere stata trascinata fin lì dai lupi, che poi se la sarebbero mangiata; non abbiamo naturalmente modo di sapere come siano andate davvero le cose, ma sul momento la spiegazione ci sembra abbastanza plausibile.

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Continuiamo quindi a esplorare i sotterranei, procedendo con la dovuta attenzione fino a raggiungere l’altra uscita. Una piccola deviazione decisamente più interessante del previsto, anche se probabilmente nessuno di noi aveva messo in conto di ritrovarsi davanti una mucca ridotta a uno scheletro durante una gita in mountain bike.
Verso il Piccolo Moncenisio
Terminata l’esplorazione, è arrivato il momento di ripercorrere in senso contrario la strada e dirigerci verso il Piccolo Moncenisio, dove ci attende il suo magnifico pianoro. È un ambiente che, almeno nella mia testa, richiama un altopiano del Tibet, luogo nel quale ovviamente non sono mai stato e che quindi posso soltanto immaginare sulla base delle fotografie viste negli anni.


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Il bello di certi paesaggi è proprio questo: non serve necessariamente aver visitato mezzo mondo per trovare un posto che ci ricordi qualcosa di lontano, basta una particolare conformazione del terreno, una distesa aperta circondata dalle montagne o una certa combinazione di colori per far partire il confronto.

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Da qui il ritorno passa sotto il forte Variselle, poi prosegue lungo la diga e infine su asfalto fino alla macchina. Gli ultimi chilometri li percorriamo un po’ infreddoliti, perché nel frattempo la temperatura è cambiata e il vento torna a farsi sentire; niente di drammatico, ma abbastanza per farci apprezzare l’idea di avere finalmente l’auto a portata di mano.
Pensieri sul mio modo di intendere la mountain bike
Questo giro mi ha fatto comprendere meglio che cosa voglio fare con la mountain bike. Un utilizzo che negli anni Novanta veniva descritto come trekking e che, forse non a caso, ritrovo anche nel nome della mia Kästle Trekking Ultra.

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Mi interessa ritrovare un modo di andare in bicicletta che abbia una forte componente esplorativa e contemplativa, senza escludere la possibilità di percorrere sentieri o di affrontare qualche tratto più impegnativo, ma senza che tutto debba necessariamente ruotare attorno all’adrenalina, ai salti, ai ripidi o alla ricerca della difficoltà tecnica a tutti i costi.

Preferirei pedalare e fare fatica per raggiungere un posto, guardarmi attorno e scoprire qualcosa che non conoscevo, magari una vecchia strada militare, una fortificazione dimenticata o un panorama che da una strada asfaltata non avrei mai visto. Se poi lungo il percorso capita di dover spingere la bici o di affrontare un tratto meno scorrevole, pazienza, fa parte del gioco.
Non è una questione di stabilire quale sia il modo giusto di usare una mountain bike, perché ognuno si diverte come preferisce; semplicemente, per come la vedo oggi, questo è il tipo di uscita che mi interessa di più e se per farlo devo rinunciare a qualche salto e a un po’ di adrenalina, direi che posso tranquillamente sopravvivere.
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