Psicologia del ritratto | Chiara

psicologia del ritratto
Categorie: storia di una fotofilosofia fotografica | Nikon 85mm f1.8G

C’è molta psicologia dietro ad un ritratto ben riuscito, vuoi perchè non a tutti piace farsi fotografare e pochi sono realmente convinti delle proprie potenzialità espressive. Una notte di qualche settimana fa stavo cazzeggiando su Google Images, osservando le immagini scattate con lo strepitoso obiettivo Leica Noctilux-M 50mm f0.95, un obiettivo molto costoso (si avvicina ai 10.000€) ma fantastico per il ritratto e così, tutto d’un tratto, mi è venuta una gran voglia di tornare a fare un po’ di portrait photography. Accendo il cellulare e mi trovo un messaggio di Chiara su Whatsapp. E’ un segno…

Nella mia testa volevo realizzare degli scatti di ritratto puro: niente pose complicate o finte ma puro, purissimo primo piano; foto a colori alternate ad un semplicissimo bianco&nero, che passa come un lampo dall’occhio al cuore. E gli occhi azzurri di Chiara erano la via perfetta per il tipo di ritratto che avevo un mente.
Detto ciò, ultimamente preferisco fotografare volti femminili di persone normali, la ragazza della porta accanto tanto per capirci, in quanto trovo molto più piacevole lavorare con loro piuttosto che con modelle spigliate e disinibite davanti all’obiettivo; c’è una timidezza di fondo, una sorta di paura di mostrare veramente il lato nascosto del proprio personalissimo modo di essere donne, un aspetto che non è affatto semplice far trasparire ma che una volta svelato da grande soddisfazione.

Chiara è un’amica di vecchia data, compagna di classe ad un corso post-diploma, allegra e simpatica; ha accettato subito, non senza far notare la sua totale inesperienza davanti ad una macchina fotografica oltre al fatto che non si sentisse molto in forma fisicamente: normale amministrazione, in pochi si sentono realmente sicuri di sè davanti all’obiettivo e per tanto vanno rassicurati, senza raccontare balle ma spiegando che a volte basta uno sguardo o un sorriso per trasformare un ritratto.

Così mi presento una mattina a casa di Chiara che trovo già un pochino agitata e così ci prendiamo tutti i tempi necessari per rompere il ghiaccio: monto con calma le luci ed i diffusori, analizziamo insieme alcune pose, colazione, scegliamo un cd di musica da ascoltare durante la sessione… avevo addirittura portato con me le mie campane Tibetane per distrarla e tranquillizzarla. Dopo circa 1h di chiacchiere iniziamo a scattare le prime foto.

Chi pensa che per ottenere buoni risultati serva un super set fotografico rimarrà alquanto deluso a vedere la nostra location: per realizzarla ho letteralmente invaso la camera da letto utilizzando i cuscini del divano come sfondo e successivamente un asciugamano da mare bianco per variarne il colore (avevo beceramente dimenticato gli sfondi neri e bianchi).

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Solamente 2 luci continue da 800W con temperatura colore di 5500° e softbox, ho scattato in RAW, bilanciamento del bianco automatico con la consapevolezza di poterlo poi modificare in post-produzione. Obiettivo fisso Nikon 85mm f1.8G (clicca qui per leggere la recensione).

Notavo fin dall’inizio che scattando 3 foto identiche nell’arco di un paio di secondi l’espressione di Chiara variava notevolmente: il primo scatto era sempre il migliore perchè al secondo c’era un qualcosa di triste nei suoi occhi che trasformava il terzo scatto in un ritratto poco riuscito, che non aveva più nulla da raccontare, al contrario del primo. La mia impressione è subito stata che nella sua mente passassero tre idee diverse, sempre nella stessa sequenza…

1° “…sono pronta. Eccomi. Questa sono io e sono felice di mostrarlo al mondo…” —>
2° “…ma cosa sto facendo? Devo essere impazzita…” —>
3° “…sto facendo la figura della cretina. Voglio scappare da questa situazione…”

E’ comprensibile. Siamo esseri umani, siamo tutti vanitosi – anche chi lo nega – e ci teniamo ad apparire al meglio delle nostre possibilità. Proprio per questo…

…bisogna avere molta sensibilità durante una sessione di ritratto ed impersonificarsi nel ruolo di chi ci sta donando il proprio tempo e la propria immagine. Il fotografo deve trasmettere fiducia attraverso parole e gesti semplici ed essere positivo anche quando la prima serie di scatti non viene come avremmo sperato…

E così dopo qualche minuto osservavamo insieme le prime immagini, discutendone davanti ad una tazza di thè; ad un certo punto Chiara confermava tutto, nel momento in cui abbiamo analizzato i ritratti più riusciti: stava iniziando a trovare quella sicurezza che le serviva per mostrare il suo lato più femminile. Da quel momento in avanti è partita come un treno, allegra e felice ma soprattutto serena. La serenità è forse l’aspetto che fa la differenza durante una sessione di ritratti: la serenità di mostrarsi e serenità di essere ritratta da una persona che sta cercando di dare un’anima ad un’immagine bidimensionale…

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