Buon Natale #panesalame + recensione Sony DSC-W830

Sia che crediate a GesùBambino oppure a BabboNatale oppure che riteniate il Natale come un’espressione consumistica della nostra società…

...VI AUGURO DI PASSARE QUALCHE GIORNO DI RELAX ed ALLEGRIA!!!

Approfitto dell’occasione per ricominciare a scrivere dopo mesi di silenzio sul blog e lo farò con un calderone di esperienze e ragionamenti che mi hanno coinvolto negli ultimi mesi. Un viaggio in bici. Momenti di gioia ed altri di terrore. Il tutto con un filo conduttore generale che abbraccia anche la fotografia… ovviamente :)

Se da un punto di vista professionale penso di aver trovato un mio equilibrio fotografico con due corpi macchina leggeri e relativamente economici ma di grande qualità (Fujifilm S5Pro + Nikon 7100 – entrambi APS-C) con ottiche scacciapensieri (Nikkor 18-200 f/3.5-5.6+ Nikkor 35mm f/1.8 DX + Sigma 10-20 f/4.0-5.6) dal punto di vista personale invece questo equilibrio vacilla sempre più. La passione è sempre passione ma la voglia di portarmi a spalle una reflex nel tempo libero è svanita da tempo ossia da quando a spalle ci porto i miei figli. Il discorso mirrorless invece non l’ho portato avanti per un puro ragionamento economico e perchè nonostante pesi e dimensioni inferiori la sostanza non cambia: è troppo facile cadere nel vortice di obiettivi e filtri e cavalletti e poi ritrovarsi nuovamente con uno zainetto fotografico a spalle…
Però il caso ha voluto che per le mani mi capitasse un oggetto che la maggior parte degli appassionati esiterebbe a definire con il termine di macchina fotografica (costa troppo poco – non è full frame – non ha un obiettivo luminoso – ecc.ecc.) mentre invece potrebbe migliorare la vita di tanti appassionati…Sony W830 – per maggiori info questa è la scheda sul sito del produttore

Potete leggere la pagina dedicata sul sito Sony e la maggior parte di ciò che c’è scritto è vero ma ricordatevi sempre che stiamo parlando di un oggetto da circa 100 euro; ad esempio la funzione che descrivono come “Immagini sempre più grandi con 360° Sweep Panorama” in realtà restituisce risultati abbastanza discutibili ed è innegabile che uno smartphone riesca meglio nell’intento…
Allora perchè usare una macchina fotografica e non uno smartphone? Perchè questa macchina fotografica ha tanti pro e pochi contro:

– dimensioni: è più piccola e leggera di uno smartphone
– costo: è più economica di uno smartphone e in caso vi cada piangerete solo con mezzo occhio
– tecnica: ha uno zoom 25-200mm stabilizzato meccanicamente ed assai sfruttabile


E’ più piccola la Sony del mio Hwauei che già è un modello abbastanza piccolo…

Non ha la ghiera per selezionare priorità di tempi o diagrammi o manuale, permette però di fare scatti anche a distanza ravvicinata ed in condizioni di luce un po’ critica (tramonti – foto serali in contesti urbani illuminati) ma è totalmente inutilizzabile per foto notturne. Ovviamente a questo prezzo non si può pretendere troppo ma accettandola per ciò che è – una perfetta fotocamera punta&scatta – svolge il suo lavoro perfettamente. L’ho portata con me per un viaggio in bicicletta in solitaria – di cui racconterò più avanti – ed è stata a dir poco fenomenale.


Cosa c’è di meglio di avere in tasca una macchina fotografica da 120 grammi?

Anche perchè alla base di tutto c’è un ragionamento da fare: quante foto serve davvero fare di un viaggio o di una vacanza o di un evento? Ci ho pensato molto ultimamente e sono giunto ad una conclusione del tutto personale: poche foto ma con tutti gli elementi utili per renderle complete. Se in una foto riusciamo a racchiudere una composizione decente e le famose 5W inglesi ci servirà scattare meno e stampare di più:

who: chi sono i protagonisti?
what: che cosa hai voluto raccontare con questo scatto?
when: quando l’hai scattato? Ricorda che le persone nello scatto non resteranno sempre così e tra 20 anni i bambini saranno adulti e gli adulti saranno più… saggi
where: dove hai immortalato il momento?
why: soprattutto perchè hai voluto scattare in quel momento?

Se poi stiamo facendo un viaggio o una vacanza in bici come nel mio caso (…o in moto/auto/treno/a piedi…) dovremmo anche aggiungere:

– how: come ossia con che mezzo si sta svolgendo la vacanza…

Provate a pensarci: meglio avere 1.000 foto che rimarranno dimenticate in qualche hard disk oppure averne 12 stampate con tutti questi elementi?
Magari con qualche bell’autoscatto con tutti gli amici/famigliari, ambientato in un tramonto in spiaggia oppure in cima ad una montagna che racconti l’allegria del momento. Serve altro?
E soprattutto quale foto vorrete stampare da mettere in una cornice? Il tramonto fatto con il grandangolare mettendo una barca a remi nel terzo inferiore destro, la linea dell’orizzonte nel terzo superiore ed il sole nel terzo superiore sinistro oppure l’autoscatto sopra descritto?
A voi la scelta… :)

Per il mio viaggio in bici in solitaria sulle Alpi Francesi ho ridotto l’attrezzatura ad due elementi:

Sony W830 da 98€ e mini-cavalletto cinese da 2€

Ma ora Vi racconto del viaggio mostrandovi anche le foto, tutte rigorosamente scattate con questa piccola Sony (che scattata solo in jpeg – no raw) e poi post-prodotte con Lightroom 5.0

Questo per me è fotografia: poter raccontare con le immagini un’esperienza. Che sia un viaggio, una vacanza, un matrimonio…
In tutto ho selezionato 168 foto (su 257 scattate) per il fotoracconto che ho pubblicato su FaceBook anche se in realtà, al momento ne ho stampate solamente due! In attesa di realizzare un piccolo fotolibro che ne conterrà al massimo 40/42…

Notate le cifre in gioco che a me fanno parecchio riflettere: 257 -> 168 -> 40 -> 2

Quindi al momento ne ho stampate meno dell’1%

Eccole le uniche due foto stampate. Hanno tutte le 5W necessarie per raccontare tutto e per farmi ricordare quei fantastici istanti in dimensione 10x15cm…

Ma ora passiamo al racconto estatto da quanto pubblicato su FaceBook qualche mese fa… ;)

23 AGOSTO 2017 – I PREPARATIVI

A.A.A. cercasi Mary Poppins o Mago Merlino in grado di far stare tutto sto popo’ di roba dentro due borse ed un paio di borselli.

Zainetto | rettangolo azzurro
– sacca idrica da 1 litro
– Garmin 510 di Pietro
– portafoglio

Borsa sovramanubrio | per la manutenzione | rettangolo rosso
– multitool
– una camera d’aria
– un coltellino Opinel
– barrette di magnesio
– kit riparazione
– olio catena
– leve cacciagomme
– kit CO2
– scaldamani chimici biodegradabili
– salviette

Borsello sterzo | da prendere al volo | rettangolo verde
– cellulare
– macchina foto – Sony W830
– luce da testa
– luce posteriore
– localizzatore GPS
– mini-treppide cinese
– cavi vari

Borsone da manubrio | per l’eventuale maltempo | rettangolo fucsia
– poncho
– pantaloni antipioggia
– copriscarpe
– scaldagola
– guanti in neoprene
– felpa tecnica – ex team Capitan Uncino

Borsa posteriore | per andare in discoteca | rettangolo giallo
– infradito
– pantaloni trekking
– piumino
– 4 paia di calze
– kit igiene personale (?)
– 2° pantaloni con fondello
– 2° t-shirt tecnica
– 2 paia di mutande (forse ne tolgo uno – fanno peso)

Bicicletta: Canyon Endurace AL 6.0 | Taglia 3XL
Come uscita dallo scatolone tranne che per la pipa manubrio da 80mm (originale 120mm)

Fantino: Luca Ghigliano | 197cm | 83.5kg
Null’altro da aggiungere

Alla fine, non si capisce come, c’è stato tutto. Peso bagaglio: 5.3kg. Domani collaudo sulle colline Torinesi con Gianluca e Manuel… MammaMia!!!

 27 AGOSTO – CI SIAMO QUASI…

Il mio viaggetto è iniziato oggi alle 14 circa quando ho salutato Stefania ed i bambini all’aeroporto di Caselle. Quando li ho visti sparire dietro al gate ho pensato “…sono fottuto…” essendomi imbarcato in quest’avventura di mio proposito non potevo di certo lamentarmi. 💡
Una volta salito in macchina un silenzio surreale ha avvolto l’abitacolo, una solitudine a cui non sono più abituato; ma c’era il sole e domani inizierò a pedalare in questo viaggio solitario “inside out”, così sono andato in stazione a Chivasso a fare un biglietto sola andata Chivasso – Oulx con relativo supplemento bicicletta… 🚲
Arrivato a casa il silenzio surreale s’è amplificato: mi sembrava di essere tornato indietro di 5 anni quando non c’erano marmocchi saltellanti ed ululanti che correvano a destra ed a manca e sinceramente ci ho messo un attimo a realizzare. Poi un dubbio mi ha assalito: ed ora che faccio? Ero nel dubbio se chiamare una entraîneuse per farmi compagnia ma poi ho deciso di… lavare i pavimenti!!! 😲
Dopo aver ripulito casa ho finito di preparare gli ultimi dettagli, mi sono portato la bici in soggiorno, ho controllato la pressione, sistemato gli ultimi dettagli e mi sono stappato una birra. E scattato un selfie di inizio viaggio… 📷
Come mi sento? Sinceramente? Un po’ mi sto cagando addosso perchè aleggia nell’aria l’impressione di aver pensato di fare l’uovo fuori dalla cesta. Oggi alla domanda sulla mia “certezza nella riuscita del giro ho” risposto di “no” ma che “vale la pena provare”.
Che poi vorrei capire cos’ha di tanto spaventoso il fallimento che tutta la società ne è ossessionata, voglio dire, male che vada carico la bici sul primo autobus e me ne torno a casa avendo imparato qualcosa di nuovo. Oppure no. Per chi si chiede quale sarà il percorso che seguirò nei 4 giorni di viaggio:
Saluggia
Chivasso
Treno Chivasso – Torino Porta Nuova – Oulx
Oulx
Cesana
Monginevro 1.854m
Briancon
Col du Lautaret 2.058m
Col du Galibier 2.645m
Col du Telegraphe 1.566m
Modane
Lanslebourg
Col de Iseran 2.765m – valico stradale più alto d’Europa
Isere
Piccolo San Bernardo 2.188m
La Thuile
Colle San Carlo 1.951m
Aosta
Treno Aosta – Chivasso
E che Odino me la mandi buona. Adesso cenetta vegana con farro, piselli e fagioli e poi a nanna presto. Ci aggiorniamo!!! 😎
#DontUorriBiEppi #PianoPianoPienoPieno

GIORNO 1 ||| Lunedì 28 Agosto

Oulx – Cesana – Monginevro – Briancon – Col du Lautaret – Col du Galibier – Valloire ||| 98.5km e 2.160m+

Notte agitata, appena mi sono sdraiato a letto ho capito che addormentarsi sarebbe stato difficile; in mio aiuto è arrivata la campana tibetana che con pochi rintocchi mi ha steso per bene. Alle 4.54 ero sveglio, tisana, colazione con farro + piselli + fagioli azuki, lavato i piatti, buttata l’immondizia. E ora? Tiro fuori la bilancia.
Peso mio 81.8kg
Peso bici 16.5kg
Ci compensiamo: lei aumenta mentre io diminuiscono 
Partenza all’alba, nel momento in cui inserisco le chiavi nella porta penso “…cazzo. Si parte…”
Pedalo lentamente accompagnato dal lampeggiare della luce posteriore e sulla salita del ponte della Dora osservo la silhouette di Saluggia, il campanile, i pini secolari, la villa Incisa e mi sento già “lontanissimo” da casa. A Torrazza mi sento leggero, le gambe girano, la testa è più serena.
Chivasso, stazione, interregionale per Porta Nuova delle 7.08…

Sul treno ed in stazione tanti occhi fissi a contemplare il nulla. Il binomio treno Vs. bici m’ha sempre affascinato ed è bello osservarla appoggiata a pochi metri da me…

A Porta Nuova c’è un monitor luminoso che recita

Il viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi. Marcel Proust

Che l’abbiano messo lì per me? 

Nell’attesa del treno per Bardonecchia delle 8.15 mi rilasso ed in un lampo tutte le incertezze spariscono; salgo sul regionale con la bici appesa come un salame a stagionare sulla rastrelliera… 

Il treno entra in Valsusa lentamente e dal finestrino osservo il col del Lys dove abbiamo portato i bambini febbraio con gli slittini e poi la sagoma inconfondibile del Rocciamelone sulla cui punta sono salito l’autunno scorso insieme al Teo.
Poi riflettendo durante il viaggio, ragiono sul fatto che solitamente questo tipo di viaggio lo fanno i ragazzi giovani oppure i “solitari” e forse non è roba da padre di famiglia con 3 figli. Sono una mosca bianca. Non vedo l’ora di scendere dal treno ed iniziare a pedalare… 

Ad Oulx parto con grande, grandissima calma, passo davanti alla farmacia dove compravamo l’acido folico quando Stefania era incinta di Mattia, poi davanti alla pasticceria dove facevamo colazione ed infine al bar dove andammo più volte in moto con Mirko e banda…

Ad un certo punto mi sbuca lui, il mio adorato Chaberton ed una foto è d’obbligo… 

Così vengo agganciato da due simpatici ciclisti di 77 anni con cui ce la raccontiamo fino a Cesana dove inizia la salita del Monginevro…

Ed è proprio in questo tratto di strada che entro in una dimensione tutta nuova: pedalo ma non sento fatica, ascolto il silenzio, annuso il profumo di resina dei pini che sono a bordo strada…

Arrivo a Cesana e saluto i miei compagni di viaggio. Mi aspetta la prima vera salita del tour… il Monginevro

Sulla salita del Monginevro inizio calmo, cercando di trattenere le energie. Il sole è caldo ed in realtà mi accorgo di salire bene nonostante il bagaglio. La gamba c’è…

Entro nelle gallerie della vecchia statale – ora chiusa al traffico – ed aggancio un altro ciclista su una Tarmac S-Works. Parliamo del più e del meno e mi accorgo di quant’è vero che ad andar in giro da soli, in realtà, non si è mai soli. Me l’avevano detto ma solo ora sto provando sulla mia pelle…

ByeBye Italia… ci rivediamo tra qualche giorno. Entriamo in terra Francese!

Al Monginevro faccio carico d’acqua e mi mangio una barretta di frutta secca del Lidl, un paio di foto e riparto godendo come pochi in discesa, non dico a livello di farlo in moto ma quasi; tra l’altro ho notato che anche in Francia la domanda “che moto hai?” potrebbe essere tranquillamente sostituita da “che GS hai? 700, 800, 1200 o adventure?” 
Che poi vale pure per le bici vista la diffusione di Wilier oltre alpe.

Questa dovrebbe essere la panchina su cui sedevamo insieme a Luigi detto Gigi, Pelassa eFabioulin DinDinDin quando andavamo a sciare al Mongi… 

La discesa verso Briancon è una goduria pazzesca sia in moto che in bici… tornanti larghi. Traffico zero. Asfalto perfetto…

Arrivato a Briancon taglio velocemente verso l’inizio della salita che mi porterà al Lautaret, 24km ed 800 metri di dislivello circa che percorro con un simpatico vento contrario; l’inizio è palloso ma poi l’ambiente inizia a diventare montano e la strada ha alcuni tratti ricchi di curve dove passa un tizio con un Kawasaki Ninja 1000 praticamente coricato: ho goduto per lui…

Verso il Lautaret…

Le gambe vanno bene e tengo sempre un rapporto superiore all’ideale per evitare di affaticarle ma pochi chilometri prima del colle decido di aumentare un po’ il ritmo per arrivare in fretta al Rifugio del Lautaret dove ho pensato di alloggiare ma…

…ma il cartello indica “ouvert” con la porta chiusa. Suono al campanello e non risponde nessuno, chiamo un numero di telefono idem, chiamo l’altro e mi risponde una donna dicendo che lei è in Germania ma che suo marito Mike è al rifugio. Ma a quanto pare Mike è andato a spassarsela al casinò di Briancon e così a me non resta che continuare per altri due km fino al colle, in cerca di una stanza ma è al completo. Cazzo faccio adesso? Altri alberghi non ce ne sono! Dormo per terra? Mi metto a piangere? Ma no dai…

Il Lautaret con la Barre des Ecrins sullo sfondo…

Bene. E dopo il Monginevro anche il Lautaret è fatto…

È presto – 14.15 circa – e mi scasso una homelette ai funghi con insalata e patatine fritte: la sensazione pazzesca è che non appena ingerita sembra essersi volatilizzata come neve al sole…

Gli autografi di Froome nel bar…

Gambe in spalla. Nel frattempo ragiono sul da farsi e la soluzione più logica mi pare continuare, anche se non avrei voglia avendo maluccio alle chiappe oltre ad una gran voglia di farmi una doccia e cazzeggiare. Vabbò inizio a salire il Galibier, che avrei dovuto scalare la mattina successiva, scendo a Valloire e cerco lì. Se non trovo scendo a Modane e mi chiudo in una casa aperta o mi apro in una casa chiusa… 

La chiamano “route de grand alpes” mica per caso…

La salita è panoramicamente sublime e tecnicamente fattibile se non fosse per le chiappe ululati e per il vento che è tornato a farsi sentire ma questa volta ad una temperatura assai inferiore; metto il kway e continuo, incontro una bella vacca a bordo strada – ma una di quelle vere con 2 corna, 4 zampe ed altrettante mammelle – la homelette sembra in ascensore tra pancia e gola e quando arrivo al monumento prima del tunnel mi siedo a fiatare e bere un po’.

Eccolo finalmente. Il monumento. E’ ora di riposare un attimo…

K-Way. Un po’ d’acqua. E si ricomincia…ma ormai manca poco!!! Ultimo strappo fino al colle, un cartello lo indica come “le mur du Galibier” ed effettivamente sti ultimi 900m sono tosti…

Da dove arrivo…

...dove andrò…
In cima tira un vento forte e freddo, un paio di foto ai due versanti, in paio davanti al cartello che fino a poco fa era invaso dalla comitiva di inglesi; mi siedo e mi accorgo di avere la testa vuota per la stanchezza, meglio scendere alla ricerca di un tetto.

Ah quanto mi piace questa foto della mia biciclettina solitaria in cima al Galibier con i nuvoloni neri che fanno tanto “sturm und drang” 

La discesa verso Valloire. Un’altra goduria…

Il primo b&b è “fermè” e vaffa ma appena arrivato a Valloire trovo un albergo ad ingresso paese: non è economico ma voglio farmi una doccia calda. Bici in garage. Lettone. Cazzeggio. Doccia. Prosciugo 3 bottiglie di gasata. Svuoto le borse. Sento Stefania per sapere come va in Sicilia. Mi presento a cena in infradito ma il resto dei clienti sono decisamente più eleganti loro aperitiveggiano a Pastis io a bionda media.

Durante la cena mi sembra di essere Trinità quando entra nella locanda per mangiare i fagioli dopo aver attraversato il deserto con il suo ronzino, spazzolo tutto compreso il limone di guarnitura al filetto di salmone, faccio numerose “scarpette” ed infine devasto un tortino di cioccolato delizioso. Bella giornata. Tosta… Ora, come diceva Dim il fratello di Alex in Arancia Meccanica:

Doobidoob. Forse un po’ stancuccio. Meglio chiuderla la bocca. Il buon lettuccio chiama adesso. Andiamocene a casuccia a farci un po’ di spatchka. …Right right? 

GIORNO 2 ||| Martedì 29 Agosto

Valloire – Col du Telegraphe – Modane – Lanslebourg – Bonneval-sur-Arc – Col de l’Iseran – Isere ||| 110km e 2.315m+

Apro gli occhi alle 6.04 e mi sento “sazio di sonno” ma fuori è buio, la colazione sarà servita tra un’ora e mezza quindi che faccio? Controllo la posta, whatsapp, Facebook, Strava e poi? Faccio un po’ di stretching. Chissà se i bambini hanno dormito stanotte… Inizio a preparare la borsa mentre fuori dalla finestra inizia ad albeggiare.
Apro un paio di parentesi #panesalame riguardo attrezzatura fotografica e bicicletta:
– per motivi di peso e spazio ho lasciato a casa reflex ed obiettivi e mi sono portato una super-mini-compatta, una Sony W830 che è un oggetto grande la metà di un pacchetto di sigarette. Ha un obiettivo Leica 25-200 ma se si vuole più “grandangolo” ha l’opzione panorama che incolla automaticamente i fotogrammi pur perdendo un po’ in definizione; se usata con lo scatto singolo invece è abbastanza impressionante come dettaglio. E’ la classica “punta&scatta” ma è ciò che mi serve in un giro simile e comunque la qualità è decisamente buona anche in scarsa luce. Spesso la attacco su un mini-cavalletto da 3€ per farmi tutti i vari autoscatti che vedete in questo raccontino. Tra cavalletto e macchina non arrivo a 150 grammi di attrezzatura. Sinceramente? E’ una figata! I palati fini storceranno il naso ma il fine giustifica i mezzi e questa è#fotografiapanesalame 
– la mia Canyon Endurace AL 6.0 è quasi la entry level del catalogo da corsa del marchio tedesco ma fila che è una meraviglia ed è pure comoda grazie alla sua sport geometry: spiegata in parole semplici è una bici “corta ed alta” che permette una posizione in sella sicuramente meno aerodinamica (per quanto possa esserlo uno di 197cm) ma assai più rilassata. Quasi da turismo oserei dire, ma in discesa è bella stabile anche con le borse ed in salita il gruppo Shimano 105 non sbaglia una cambiata. La mia è una taglia 3XL e compresi i pedali Shimano (sempre entry-level) pesa 8.7kg sulla bilancia di precisione, un dato che ritengo giusto visto che la taglia M senza pedali viene dichiarata da Canyon a 8.1kg. L’unico appunto è la sella che dopo 80/90km inizia ad essere duretta ma prima di questo chilometraggio è piuttosto confortevole. Pienamente soddisfatto#ciclismopanesalame 

A colazione inizio con mezzo litro di the verde e dopo un po’ ci aggiungo di tutto: formaggio, una fetta di torta, pane, burro e miele, una banana. La scena di Trinità si ripete. Vabbè tanto tra due ore me ne vado e comunque se pago 10€ per la colazione deve valere la pena 

Doccia, preparo i bagagli, mi rilasso sperando in una inaspettata digestione veloce. Carico la bici vicino a due motociclisti crucchi che fumano la pipadi fianco ai loro BMW GS1200 (ma vah?) e F800R e successivamente mi parto in discesa verso Valloire, dove cerco una fontanella per riempire la sacca idrica…

Zero fontanelle quindi riparto su una salita leggera e costante che mi condurrà al col du Telegraphe

Grande novità della giornata è la banana piantata sulla borsa da manubrio che fa tanto “macchina di Boss Hogg nel telefilm Hazzard”. Eh beh… la classe non è acqua!!! 

Fa fresco perchè il sole non è ancora “sbucato” dal costone della montagna ma sta già illuminando un paesino appoggiato nel nulla sul versante opposto: mentre pedalo mi chiedo come dev’essere vivere lassù, di cosa possono occuparsi gli abitanti, i bambini come faranno ad andare a scuola ecc.ecc.
Procedo tranquillo, senza forzare e mi passano due ragazzi che procedono molto più veloci di me e subito mi torna in mente il consiglio che Marco mi ha scritto su Facebook:”…Padala tranquillo, lento e curioso, non curarti di chi ti supererá con le bici e da 7kg e non guardare l’orologio. Le ore passeranno velocissime, come i km e tu vivrai un’esperienza nuova!”

Arrivato al Col du Telegraphe attacco bottone con un francese in sella ad una PlanetX in titanio, ossia la versione stradale della ciclocross di TZ, ed è proprio il titanico francese che mi scatta questa foto evitandomi l’immenso sforzo di mettere la macchina foto sul cavalletto… 

Riparto in discesa e mi diverto a fare qualche piega su questi pezzetti di gomma larghi 25mm. Quando percorro queste strade piene di curve e dall’asfalto quasi perfetto avrei voglia di comprarmi un Yamaha XT660X e venire a grattare un po’ di pedaline come ai bei tempi; però il tempo passa ed al momento preferisco – inspiegabilmente – sfondarmi le chiappe su queste salite.

Non è meglio e non è peggio di andare in moto. E’ soltanto diverso ed al momento il fatto di portare me stesso in cima ad una salita sfruttando solo l’energia delle mie gambe mi da molto gusto… 

Nella mia testa avevo ragionato sul fatto che, una volta arrivato a Saint Michel, il successivo tratto fino a Modane sarebbe stato in pianura mentre invece questi 20km sono un continuo sali-scendi che alla fine aggiungerà quasi 500m di dislivello alla giornata…

Percorro questo tratto con umore pessimo, la strada è trafficata (ma c’è una corsia ciclabile a bordo asfalto – i francesi sono avanti), fa caldo, non ho digerito la colazione, il paesaggio è insignificante ed io continuo a chiedermi quando incontrerò una fontanella o un bar visto che sono ancora senza acqua.
Arrivo a Modane veramente distrutto, entro in un supermercato dove compro una bottiglia di succo di mela ed una di acqua; è quasi mezzogiorno e dopo aver prosciugato metà di entrambe le bottiglie e versato il resto nella sacca idrica riparto in direzione Lanslebourg.

Abbandonata la tristissima Modane il paesaggio cambia velocemente e la strada sale dolcemente attraversando un bellissimo fondovalle leggermente ventilato e le gambe ora girano assai bene nonostante i chilometri ed il dislivello del giorno precedente.

Autoritratto…

Il fondovalle deserto…

Verso le 13.30 sono a Lanslebourg dove decido di fermarmi a mangiare in una creperie lungo la strada dove incontro una coppia di Biella in sella ad una BMW R1200GS (!!!) di ritorno dal Sud della Francia, tra un’insalatone ed una crepe cioccolato e pere scopro che il mondo è piccolo in quanto MaxCiccio detto Massimo è una conoscenza comune. Ma pensa tu…
Un argomento piuttosto ricorrente quando parlo con la gente è il meteo, perchè in tanti mi preannunciano pioggia per i giorni successivi, in quanto pare che da stanotte il tempo debba peggiorare drasticamente e che domani la pioggia sia garantita. Amen, vorrà dire che mi metterò l’antipioggia. Si mangia e si parla allegramente anche con padre/figlio di Bergamo, entrambi motociclisti (inutile dire che moto avessero – GS1200 + GS650) di ritorno dal Colle dell’Agnello.

Terminato il pranzo saluto tutti e parto in direzione Bonneval-sur-Arc dove avrei intenzione di dormire ma subito un’idea mi si piazza fissa nella mente: visto che le gambe girano bene… e se provassi oggi a fare l’Iseran, senza aspettare domani?

Effettivamente in questa foto si vede un nuovolone arrivare direttamente dal Moncenisio. Boh. Vedremo… Un paio di km “piccanti” al 10/12% mi riportano con i piedi per terra e mi accompagnano a La Madeleine da dove si ricomincia con un panoramico fondovalle fino a Bonneval…

Il fondovalle verso Bonneval…

Il morale è alto…

La banana è sempre al suo posto a maturare al sole…

Bonneval è un paesino montano alla base del Col de l’Iseran, il passo stradale più alto d’Europa; mi siedo su una panchina e sono irrequieto, sono solo le 15.30 ed effettivamente sono in anticipo sulla tabella di marcia.
Potrei godermi un po’ di cazzeggio stravaccato sul lettone dell’albergo, alla fine ieri ho già fatto la pipì fuori dal vasino facendo Monginevro + Lautaret + Galibier. Oppure…

Potrei tentare il colpaccio e fare l’Iseran oggi, ma la vedo tosta perchè ciò porterebbe il dislivello totale del giorno a quasi 2.500m+ che per me sono una roba dell’altro mondo… Che faccio? Intanto mi mangio la banana di Boss Hogg. Per prendere una decisione grande ci vuole una banana grande!!! 

Decido di non decidere e così mando un Whatsapp ad una ventina di amici ciclisti chiedendo consiglio:

“…ho un dubbio amletico. Sono alla base dell’Iseran. Ho già fatto 1370m+ e teoricamente dovrei dormire qua. Ma l’Iseran è a “soli” 14km e 1000m+. Che faccio?”

Seguirò il consiglio del primo che mi risponde. BipBip. Apro Whatsapp e vedo che il più veloce è stato Federico detto Lupo, uno famoso per fare un casino dislivello con le gambe degli altri… 

“…se hai ancora 3 ore di luce io proverei. E comunque qua mi dicono che su in punta all’Iseran c’è un sacco di figa…”

E cacchio… allora andiamo!!! 
Mi preparo ma sento che sarà un bagno di sangue… 2.500m+ in un giorno. Non me la sento proprio. Salgo in sella e dopo 100m iniziano i ceppi che, chilometro dopo chilometro, indicano altitudine e pendenza e distanza rimanente alla cima. Quindi per il prossimo km mi aspetta un umano 7%…

Dopo i primi 2km sono sfatto ed allora mi chiedo:

“…ma questa stanchezza è di gambe o di testa?”

Mi ascolto e le gambe vanno bene per cui è la testa che bisogna disconnettere

“…diobò Ghigliano e tira fuori le palle una buona volta quando sei in sella…”

Al cippo dei -11km inizio a stare meglio, ragiono sul fatto che sono solo 11km ossia come andare da Saluggia a Livorno Ferraris e quindi continuo a salire a ritmo lento ma non troppo e soprattutto molto costante.

Davanti a me si apre un ghiacciaio pazzesco, mi sento un puntino nell’infinito ed è come essere dall’altra parte del globo. Solo una volta tornato a casa scoprirò che in realtà ero a 15km in linea d’aria da Ceresole Reale!!! Dietro a quel ghiacciaio c’è il lago di Ceresole: pazzesco!!!

GoogleMaps conferma. 15.7km in linea d’aria e sarei a Ceresole passando per le Levanne… che impressione!!! 

Più salgo e meglio sto. Le gambe vanno benissimo. La testa ha staccato completamente dai pensieri “pesanti”. Salgo e inizio a provare un emozionante senso di gratitudine verso me stesso e verso il mondo, respiro tranquillamente nonostante l’abbiamo ormai superato il 2.000m. Una marmotta a bordo strada mi guarda e se frega palesemente della mia presenza… 

Mi sento pieno di forza, di energie e di sentimenti che mi fanno venire la pelle d’oca. Penso ai miei bimbi che saranno a giocare in spiaggia, penso a Stefania che non mi rompe le scatole se le propongo di fare queste pazzie, iniziano a passarmi per la testa pensieri belli: le chiederei di sposarmi ma l’abbiamo già fatto. Le proporrei di avere un bambino insieme ma ne abbiamo già tre che è il numero perfetto 
Allora spero che continuerà ad essere ciò che è per me, ridendo e scherzando finché non passeremo ad un’altra vita e chissà… in un modo o nell’altro ci sarò ancora.
Salgo con la pelle d’oca dall’emozione, fischietto, mi sembra di essere stra-fatto di serotonina, di energia e di vita. Eppure ho mangiato solo un’insalatona ed una crepe cioccolato e pere. Sarà il succo di mela? O la banana ? 
Ad un certo punto dietro ad un tornante, eccolo finalmente. Il colle. Ce l’ho fatta!!! CE L’HO FATTA!!!

Sono le 17.40 ed arrivo ad un Col de l’Iseran deserto, passa qualche motociclista che guarda il cartello e neanche si ferma. L’Iseran. Il passo più alto d’Europa. Mi godo questa solitudine e la soddisfazione di essere salito lassù con la sola forza delle mie gambe. Inizia a fare fresco, k-way, ancora qualche foto e si parte in discesa anche se, in realtà, rimarrei quassù per tanto tempo ancora. 

La discesa è stupenda, la luce calda del tramonto avvolge tutto, scendo leggero, sembra di volare. Le montagne che mi circondano sono maestose e purtroppo in foto non rendono come dal vivo. E’ un panorama incredibile. Maestoso…

La discesa continua finchè si apre ai miei piedi la Val d’Isere. Mi passa uno ciclista a 80/90kmh ma io non ho fretta perchè uno spettacolo così vorrei non finisse mai più e perchè comunque, io, a 80kmh me la faccio addosso… 
Arrivo ad Isere e cerco un albergo aperto a prezzo “umano”: il primo chiede 125€ a notte per la sola camera, il secondo 230€. Gulp. Chiedo ad una passante mi indica un albergo lì vicino… 63.5€ compresa la colazione. Aggiudicato. Doccia. Relax…

Dietro consiglio della proprietaria dell’albergo vado a mangiare a “la Casserole” dove mangio veramente in modo divino, in un tipico ristorante di montagna, pieno di inglesi e tedeschi…

Panini di non so cosa con insalata

Dolce al cioccolato

Tutto buonissimo. Veramente. E la cameriera è gentilissima e simpatica. Ma sono un po’ stanco e me ne torno in camera presto… poi però non riesco a dormire per l’emozione, anche oggi ho polverizzato il mio record personale di ascesa giornaliera: 110km 2.315m+
Così per passare il tempo mi guardo un servizio sulle lumache della Bourgogne e verso mezzanotte crollo nel letto. Mamma mia che giornata pazzesca!!! 

GIORNO 3 ||| Mercoledì 30 Agosto

Isere – La Rosiere – Piccolo S. Bernardo – La Thuile – Morgex – Aosta – Pont S. Martin ||| Totale 148.5km – 1.971m+

Nonostante le informazioni soporifere sulle lumache la notte è stata interrotta da un lungo intermezzo sveglio dovuto alle emozioni, alle energie e perché no, alla consapevolezza che questo viaggio mi sta regalando.
Sveglia presto ed una doccia per ingannare il tempo oltre che per riscaldarmi in quanto la temperatura in camera è piuttosto fresca. A colazione evito gli errori del giorno precedente e mi dedico ad abbondante the caldo, uova, pane und miele, il tutto gustato osservando la conca che circonda Val d’Isere…

Sarà nato prima l’ovo o a galina? 

Mentre carico le borse noto che fuori dall’albergo c’è parcheggiato un bellissimo Porsche Carrera bianco che mi fa ritornare indietro di qualche anno, ragionando però sul fatto che sinceramente, in questo momento della mia vita, non permuterei la riuscita di un viaggio simile con la possibilità di avere in garage un bellissimo oggetto simile. Spero di non passare per snob che gioca alla volpe e l’uva con questa affermazione ma… è strano ma così. Certo averne uno in prestito per una settimana di follie al Nurburgring non mi dispiacerebbe ma la mia Canyon mi soddisfa a sufficienza… E consuma meno 

Inizio a pedalare attraverso una Val d’Isere che profuma di Far West, praticamente deserta e caratterizzata da lavori post-vacanzieri: c’è chi sistema la facciata di un albergo e chi ne costruisce uno nuovo. Ma si respira già aria di autunno, come se ciò che c’era da fare s’è fatto in attesa della neve… Pazzesco 
Costeggio il lac du Chevril che, con le sue buie gallerie, precede una lunghissima e veloce discesa verso Sèez…

Zoomando si vede bene che una delle gallerie passa sotto alla cascata… 

Durante la discesa mi accorgo che su questo tratto di strada gli automobilisti camminano come pazzi. Poi invece di raggiungere il fondovalle un cartello caratterizzato dal disegno di una bicicletta mi propone una deviazione verso La Rosiere… C’è il disegno della bicicletta, sarà meglio approfittarne. Invece questi 11km che mi accorciano la percorrenza me la rendono anche più gravosa in quanto caratterizzati da pendenze a tratti assai importanti; aggiungiamoci anche che sono nuovamente senz’acqua e completiamo il quadro.

È comunque una salita panoramicamente piacevole, accompagnata dal profumo di resina di pino e dal sole “piccante”.

Meglio andare a PlanzaPut oppure in Italie?

Quando finalmente raggiungo la strada del Piccolo San Bernardo, con le sue pendenze più dolci, mi sembra quasi di pedalare in pianura ed infatti La Rosiere arriva in un batter di ciglia. Mi fermo in un minimarket e compro nuovamente acqua, succo di mela che mi bevo seduto tranquillamente su una panchina: passa un padre su una full da enduro seguito da due bimbi su delle mini-front della Commencal. Ragionando un attimo sulle tempistiche ormai sono in anticipo di un giorno: e se invece di terminare il mio viaggio alla stazione di Aosta andassi direttamente a casa pedalando? Tempo a disposizione ne ho e trovo affascinante pensare “a casa” mentre sono “sul Piccolo S. Bernardo”. Arriva una coppia su una BMW serie 1 sportiva e passano tanti ciclisti “stradisti”. Nel frattempo mi telefona Cristiano per accertarsi delle mie condizioni fisiche e rispondo ai tanti messaggi whatsapp di amici che mi scrivono: questo viaggio solitario desta molta curiosità… 

Laggiù Sèez…

Riparto in direzione del colle che raggiungo dopo circa tre quarti d’ora, era il penultimo colle da scalare e rappresenta il mio rientro in Italia…

Ad attendermi in cima ecco alcune ammiratrici: aveva ragione Federico, in cima c’è figa, pur avendo sbagliato di un centinaio di km… 

E anche il Piccolo SanBerBau è fatto…

C’è molto movimento in cima per via del passaggio di una gara di corsa…

…quindi indosso la mantellina e mi godo la discesa verso La Thuile…

…dietro le nuvole c’è un pezzetto di MonteBianco…

A La Thuile pausa in piazza per una mela ed una pesca e qualche mandorla e poi…

…svolto per il breve ma intenso Colle San Carlo, caratterizzato da alcune rampe al 14%. L’avevo già percorso sei mesi prima in versione invernale, in compagnia di MarcoEporedia, Giammai e Danilka, con la Inbred carica, trovandolo molto tosto.

Questa volta è pur sempre impegnativo ma in 45′ sono in cima: fine delle salite in quota, l’ultima tacca è stata tirata, mi godo un po’ la serenità di avercela fatta e di essere molto in anticipo sulla tabella di marcia. Ho scritto non a caso “serenità” e non “felicità” o “euforia” perché sono emozioni molto diverse tra loro: la prima si basa sulla consapevolezza di un’esperienza fatta e vissuta ma senza i picchi umorali che caratterizzano invece la felicità e l’euforia. In questo momento, seduto davanti al cartello del colle, mi sento sereno e sazio si salite.

Mi sdraio per qualche istante su una panchina, osservando le cime dei pini e le nuvole ma non sentendo il bisogno di rilassarmi (forse perché lo sono già oltremodo) decido di scendere verso Arpy ed il fondovalle. Ancora non so che presto rimpiangerò la quota e la fatica.

Il fondovalle è piuttosto caldo e trafficato, passo davanti al ristorante in cui mangiammo – Giamma ed io – di ritorno dalla tendata di Arpy e poi arrivo ad Aosta…

Così vado a conoscere Marco Yodone Nicoletti, uno che scrive bene e pedala anche meglio, date un’occhiata al suo blog: www.marcopedala.com
Mi racconta della sua avventura in Grecia (465km – 13500m+ in 39 ore) e del suo tentativo al Great Tour Divide, resterei ad ascoltarlo per ore ma lo lascio lavorare e riparto in direzione Pont S. Martin.

Questi ultimi 50km saranno una vera agonia: vento forte contro ed un gran male al culo. Piacere di pedalare zero…

Arrivato a Pont trovo mio papà ad aspettarmi, lancio la bici in macchina ed andiamo a Gaby dove scrocco una cena ed una dormita. Oggi stabilisco il mio primato sulla distanza con 149km e 1971m+

Anche questa sera si dormi in montagna. Domani mi aspettano gli ultimi 70/80km verso casa. E buonanotte a tutti… 

GIORNO 4 ||| Giovedì 31 Agosto

Gaby – Ivrea – Saluggia ||| Totale 72.2km – 158m+

Mi sveglio a Gaby dopo un’incredibile dormita, guardando le montagne attraverso la finestra della mansarda. È l’ultimo spicchio di vacanze estive che ritorna…
Colazione coccolato perché oggi sono l’unico “bambino” di casa, poi scendo in cortile e rimonto la bicicletta che era ancora nel baule della macchina. 3BMeteo annuncia 2mm di pioggia dalle 10 alle 11 ma come di prassi in questa vacanza riesco a “scamparmela” partendo alle 9.30. Ripercorro in discesa tutta la val del Lys fino a Pont, valle dove mi sono “allenato” molto ad Agosto in vista di questo tour che sta ormai volgendo al termine. Fino a poco tempo fa l’idea di andare da Gaby a Saluggia in bici mi sarebbe sembrata un viaggio vero e proprio ma un po’ di prospettive sono cambiate ultimamente.

Arrivo ad Ivrea e mi fermo giusto per una foto sul ponte della Dora ma riparto subito. L’aria è calda e la strada piatta, è più un trasferimento che una pedalata di piacere. È strano notare come in questi 4 giorni la percezione del tempo si sia modificata: è come se il vivere “pienamente” la giornata avesse dilatato il tempo come una fisarmonica e molti dettagli, profumi, scorci, eventi, luoghi dettassero il trascorrere delle lancette.

A Cigliano mi fermo a comprare un po’ di frutta e sulla strada del ritorno registro un video – vedi sotto – per ringraziare amici reali e virtuali che mi hanno fatto compagnia in tutti questi chilometri. Arrivo davanti alla porta di casa, la stessa chiusa meno di quattro giorni prima con 1000 paure: ho portato a termine una nuova esperienza. Non mi sento più felice o più bravo o più forte ma semplicemente più consapevole. È stata una brevissima parentesi di tempo/libertà della mia vita che andava spremuta fino all’ultimo secondo&millimetro di strada. Quando mi ricapiterà la coincidenza di avere 2 settimane di solitudine famigliare e di essere particolarmente allenato come ero a fine agosto? Il fatto di mettersi in sella al mattino, da solo, senza orari, senza bimbi da andare a prendere a scuola, senza render conto a nessuno. Senza pensieri. È una cosa pazzesca. Iniziando a pedalare piano, tranquillo, con in testa il motto “piano-piano-pieno-pieno” e dopo 10km le gambe iniziavano ad andare sempre meglio. E’ stata un’esperienza unica, esaltante ed irripetibile. Il fatto di non sentire la stanchezza – nei limiti del possibile. Il fatto di frantumare giorno dopo giorno i propri limiti, che già ad inizio anno parevano impossibili. Il fatto di mangiare in continuazione e non ingrassare ma anzi finire sottopeso. Il fatto di pedalare tanto, addormentarsi in un sonno profondo e poi svegliarsi nel cuore della notte in preda all’emozione di dover pedalare nuovamente il giorno successivo. Il fatto che la mente era pulita di pensieri ed il corpo privo di dolori. Non ultimo il fatto di pedalare immerso in panorami stupendi. E’ stato come pedalare in paradiso.
Tutto ciò mi ha fatto provare un senso di piacere fisico, sportivo ed emotivo che raramente avevo provato in vita mia. E mai a questi livelli…
La grossa differenza sul risultato l’ha fatta l’umiltà di ammettere a me stesso che avrei potuto fallire. Se fossi partito per rincorrere un risultato non sarebbe stata la stessa cosa. Invece avevo paura di fare questo viaggio ed avevo ancor più paura che sarebbe stato un flop e tutto ciò l’ha trasformato in un viaggio introspettivo. Un orgasmo ciclistico della durata di 429.9km e 6.599m di dislivello. Percorsi solo con la forza delle mie gambe. Pazzesco 

Nei giorni successivi mi sono successe cose strane, compaesani che mi fermavano per strada, gente conosciuta e sconosciuta che mi scriveva su Facebook, amici e parenti increduli quanto me della riuscita del giro. Un bellissimo “colloquio” notturno l’ho avuto su Whatsapp con la mia amica Barbara la quale mi ha scritto cose molto belle e molto sentite:

B: Come ti senti? A livello testa? Hai sentito la solitudine? Le gambe come stanno?
L: Ciao Barby.La testa sta lavorando a 1.000, non so cosa mi sta succedendo, stanotte mi sono addormentato alle 3 e lo sai che io amo dormire. Sento una forza incredibile in me, fisica ma soprattutto mentale. E sentimenti che esplodono qua e la…
B: Adrenalina? Felicità della riuscita?
L: Non sento emozioni di felicità o orgoglio o rancore o rabbia. Quando sono arrivato a casa non ho gioito. Ho sorriso e basta… Sono sereno.
[…] La felicità ubriaca, ti fa sentire ganzo e ti impedisce di vedere le cose per quello che sono. Ossia esperienze. La serenità invece ti da consapevolezza e forza di capire…
[…]
B: meraviglioso… estremamente meraviglioso… gli eremiti vivono la serenità come da te raccontata forse?
L: Non ne conosco… Perché sono eremiti 
B: Ti ammiro per come scavi la vita
L: Bello il termine scavi. Perché l’hai scelto? Fa paura! Scavare la vita… Pazzesco. Grazie Barby! Scavare la vita. Da farselo tatuare…
B: Perché rende ciò che penso! Molti la vivono in superficie… tu la scavi, la studi (sui libri e non), la osservi, la vivi in profondità traendone l’essenza naturale
L: Sono parole bellissime. Grazie Barby. Sei carinissima…

Sono parole belle. Che emozionano a sentirle dire/scrivere da un’amica. Seguono alcuni giorni di calma relativa, un giro in bici con Gianluca sulle colline e qualche pranzo scroccato a lui Elena&Timothy, una gira a Ceresole con Maurizio. Ma poi ho ancora una settimana da single e non voglio sprecare nemmeno un minuti di tempo. Le opzioni sono due:

Opzione A. Un giro stradale
Caricare nuovamente la Canyon ed imbarcarla sul primo treno per Saluzzo e poi pedalare verso: Colle dell’Agnello – Izoard – Colle della Scala – Oulx e concludere in stazione l’avventura esattamente dov’era iniziata…

Opzione B. Un’avventura in fuoristrada
Caricare la MTB ed imbarcarla sul primo treno per Oulx (nuovamente) e poi pedalare verso sua maestà lo Chaberton. Un monte magico che mi ha attratto da anni e per anni e non smette mai di farlo, su cui sono salito in vari modi ma mai in bicicletta e mai avrei pensato di raggiungere una forma fisica tale da poterlo fare…

Bisogna cavalcare l’onda. Alla fine decido per quest’ultimo ma soprattutto con pernotto in cima. Forse un ulteriore sogno che potrebbe diventare realtà.

Oltre i 3.000m in MTB

Monte Chaberton ||| 3.130m ||| 40.1km ||| 2.058m+
Lunedì 4 settembre ne approfitto per festeggiare il nostro sesto anniversario di nozze togliendomi un [cit.] macigno dalla scarpa ossia i 3.130m dello Chaberton.
Ho amato questa montagna ancor prima di salirci, quando l’ho osservata la prima volta dalla chiesetta di Notre Dame de Brousailles: una montagna bellissima, imponente da ovunque la si ammiri, un’inquitante piramide di roccia se osservata dalla strada di fondovalle. E lassù sulla punta, 1.800m sopra la tua testa, una fortezza incredibile con tanto di torri, con una stradina sterrata di 14km (…e 1.800m di dislivello…) che zigzaga tra boschi e frane e pianori fino alla punta; una roba che neanche l’immaginazione di un bambino riuscirebbe a disegnare. È pura magia… 
Mi sveglio con massima calma e ad attendermi in soggiorno c’è la Kahuna già carica. Tenda e scacco a pelo sul manubrio. Materassino, piumino, vettovaglie, qualche cambio e ricambio nella borsa da sella.
La prima ipotesi era di arrivare a Fenils la domenica sera, pernottare in b&b e poi salire all’alba; ma subito mi era sembrata una roba molto racing e poco romantica. Così il tutto s’era trasformato in un pernotto in tenda ai 2.400m del Pian dei Morti (copincollo dal sito del Preverada: è un toponimo che si trova frequentemente in montagna e anche qui testimonia la tragedia che colpì un distaccamento di soldati francesi alla fine del 1700 – furono uccisi dal freddo durante la guerra con il Regno di Sardegna), ossia dove la strada dello Chaberton entra in Francia e si fa più disastrata, per poi salire con calma all’alba gli ultimi 700m di dislivello fino alla cima. Per contenere al massimo gli ingombri decido di portarmi il sacco da 10′ di confort invece di quello da 0′ ed eventualmente usare il piumino e gli scaldamani chimici per migliorare la situazione. Aveva funzionato ad Arpy con un sacco da 0′ e -18 di temperatura reale e quindi potrebbe essere la soluzione ideale. Così agghindato il peso totale del mezzo è di circa 27kg…
Dopo colazione inizio a pedalare verso la stazione di Chivasso percorrendo lo stesso itinerario della settimana prima: Chivasso – Torino Porta Nuova dove prendo un caffè con mio cugino Davide – Oulx.
Verso le 13 sono in sella, stessa identica strada di fondovalle finché ad un certo punto lo Chaberton sbuca da dietro gli alberi, fa impressione pensare di salirci in bici e soprattutto con una bici così carica. Mentre pedalo osservando la cima un pensiero mi entra in testa, come se una voce me lo stesse suggerendo:”…vieni ed osa…”
Magari ai più scettici può sembrare che voglia romanzare il racconto ma è esattamente quel che ho provato ed infatti da quel momento decido che pernotterò in cima; ci avevo già pensato ma ero dubbioso, ora però ne ho la conferma, andrò ed oserò. Allo svincolo per Fenils lascio la statale, riempio le borracce ed inizio a pedalare a ritmo costante, la strada si impenna subito su pendenze importanti (14/15%) ma il fondo è compatto e procedo bene; passo l’ultimo gruppo di case ed abbandono la civiltà immergendomi in un bosco di pini.
Inizio a godermi la solitudine finché, ad un tratto, in senso opposto vedo arrivare un vecchio Yamaha XT600: il crucco in sella mi annuncia che non sono solo, ci sono altri due ciclisti 200m prima di me. Mi rattristo. Gli chiedo se hanno tende o sacchi a pelo e mi dice di no. Ok meglio, sarò il solo a godermi la cima.
Ricomincio a salire ed un cane da pastore mi corre incontro con fare amichevole, raggiungo i crucchi al Rio Secco dove noto con dispiacere che la parete di roccia è nuovamente e completamente franata per un centinaio di metri; arrivo al tratto dei tornanti con l’illusione di riuscire a pedalare fino in cima visto che fino a qua non ho spinto se non sulla frana ed in un breve tratto di 10/15 metri.
Ma ai tornanti cambia tutto, il fondo si fa molto smosso con pietre grosse. L’anteriore sprofonda e subito dopo il posteriore slitta, si fatica di più a pedalare che a spingere ed infatti faccio trenino con i crucchi che spingono come me. Il traverso che conduce alla rocca tagliata è pedalabile a tratti fino alla frana che si attraversa su una passerella in legno.
Eccomi alla mitica Rocca Tagliata, tagliata a colpi di dinamite…
Ancora qualche tratto pedalato fino a pian dei morti dove il cippo di marmo mi conferma che sono nuovamente in territorio francese… 
Dal Pian dei Morti – o per dirla alla Francese Clot des Mort – in poi inizio a spingere senza sosta fino al Colle, la strada è ridotta veramente male e la pendenza è – per me – mortale (vedi immagine) ed inoltre inizia a tirare un vento freddo che mi impone di mettere una felpa ed i guanti.
Eccomi finalmente al colle. Nell’immagine in basso a sx si vede il traverso che conduce alla Rocca Tagliata e poi la Pian dei Morti. Una volta arrivato al Colle il mio umore ha dei tentennamenti, il versante piemontese è bello pulito, si c’è qualche nuvola ma tutto ok…
…mentre dalla Francia arrivano parecchie nuvole nere che mi mettono un po’ in ansia. Ma ormai siamo qua, a 2690m, ne mancano ancora 420 per arrivare alla cima e poi lassù vedrò sul da farsi. Il vento si fa sempre più presente e le nuvole ora viaggiano al velocissime sopra la mia testa. A tratti pedalo ma procedo soprattutto a spinta, incrociando gli ultimi escursionisti che stanno scendendo…
Arrivo alla struttura che una volta ospitava il corpo di guardia ed mi fermo a respirare un po’ e mangiare qualche barretta: più salgo e più fa freddo!
Riparto, ormai la cima è vicina, ancora qualche passo (N.B. passo e non colpo di pedale) ed eccomi alla spianata ed alla fantastica vista sulle 8 torri; i ciclisti tedeschi si stanno preparando a scendere, mi augurano buona permanenza – have a good camping – e dicono di non preoccuparmi delle nuvole in quanto il meteo annuncia bel tempo per la notte e l’indomani. Li ringrazio, li saluto, li guardo sparire dietro il ghiaione ed in quell’esatto istante ho la stessa sensazione di solutudine di quando papà ti porta al primo giorno di scuola, ti saluta e ti trovi davanti un esercito di persone che non conosci. Solo che in questo caso le persone sconosciute sono tutte riunite in una sola entità: ME STESSO…
La mia psiche vacilla, inizio a pensare di non smontare le borse e scendere direttamente; essere a 3.130m, da solo, sulla punta di una montagna, riporta a galla paure ancestrali: la pioggia, i fulmini, i lupi, il freddo, la stanchezza, la fame. Decido comunque di iniziare a montare la tenda davanti alle torri per cercare di riparmi dal vento che adesso è forte al punto da suggerirmi di mettere un bel pietrone sui teli e successivamente, a tenda montata, anche dentro. Una volta all’interno mi cambio completamente con abiti asciutti ma la sensazione di freddo non diminuisce e così inizio a domandarmi quanto farà freddo stanotte… forse portare il sacco a pelo pesante non sarebbe stata una cazzata. Anzi…
Eccola mi tendina montata. Laggiù, 1.800m più in basso, la statale ed a centro fotogramma la pista da bob che fu usata per le Olimpiadi di Torino 2006. Sullo sfondo Sestriere che sbuca nel vallone (di vede il famoso albergo cilindrico)
La tenda viene scossa di continuo dalle raffiche di vento. Ma perchè sono venuto fin quassù? E che cazzo ci sto a fare in cima ad una montagna da solo? Il sole sta per tramontare ed è ora di prendere una decisione, posso smontare tutto e scendere a valle con la torcia da testa. Però in realtà voglio restare. Voglio provare la solitudine, l’ho assaggiata in Francia la settimana scorsa ma probabilmente era solo un antipasto. Qua è vera solitudine e me ne sto accorgendo con tutto me stesso. Ragiono sul fatto che adattarsi alla società è relativamente facile, basta seguire la corrente del pensiero comune e mettersi in coda al gregge. Già il fatto di cercare la solitudine circondati dalla civiltà non è semplice ma – secondo me – l’ostacolo più grande è isolarsi dalla società e provare a stare da soli con se stessi in mezzo al nulla. Questo è realmente spaventoso…
Ma per il momento mangerò qualche panino cercando di rimandare il più possibile LA decisione. La temperatura crolla con la stessa velocità del mio umore ed ho zero voglia di uscire dal mio rifugio fatto di nylon e cotone. Provo a scaldarmi nel sacco a pelo. Mi telefona mia madre:
– Ciao. Dove sei?
– In cima allo Chaberton…
– Adesso? Ma dormi lì? Ma che ci stai a fare lassù? Hai da coprirti? Ma Luca ti sembra una cosa da fare? Ecc.Ecc.Taglio corto. Effettivamente non si può darle torto, una persona sana di mente non verrebbe a dormire in tenda quassù…

A centro fotogramma si vede il colle. A sx e in basso le strutture ormai crollate… 
Decido di uscire dalla tenda per ammirare un po’ di tramonto: questo è un nulla reale, le luci di fondovalle mi fanno pensare a tavole imbandite e famiglie che guardano la TV o ragazzi che scherzano avanti ad una birra in un bar. Ma perchè sono venuto fin quassù? E che cazzo ci sto a fare in cima ad una montagna da solo?
Eppure tutto ciò è paurosamente affascinante: il silenzio, il vento, il freddo, il tramonto, la batteria dello Chaberton dietro di me, la mia amata tenda. E’ finalmente la vera solitudine. Alla fine mica me l’ha detto il dottore di venire quassù?! Ci sono salito di mia spontanea volontà, è giunto il momento di assaporare le sensazioni e le emozioni che questa montagna vorrà regalarmi.
Raggi di luce filtrano tra le nuvole…
Le montagne che fanno fa spartiacque tra Valsusa e Valchisone…
Ragionando ora a mente lucida… la location è da urlo!!! 
Dopo una decina di minuti però il sole tramonta ed il freddo diventa veramente insopportabile e nonostante il piumino per cui mi rifugio in tenda. Sono le 21.30 e decido di fare l’unica cosa sensata in questo momento: dormire. Un sonno difficile con parecchi sogni agitati riguardo al vento che si porta a valle la tenda con il sottoscritto all’interno, l’arrivo dei lupi, l’elisoccorso che verrà a prendermi domattina. Ad un certo punto sento abbiare in lontananza e solo dopo qualche istante capisco che probabilmente il vento sto “avvicinando” i cani da pastore che sono assai più in basso. Ormai sono sveglio per cui apro la tenda e davanti a me c’è uno spettacolo incredibile: nel fondovalle le automobili si muovono veloci ed alle mie spalle vedo la batteria dello Chaberton illuminata dalla luna. Sembra un sogno. Non scatto neanche una foto, fa veramente troppo freddo e ho un gran sotto per cui torno subito a riscaldarmi nel sacco a pelo che per il momento sta facendo il suo dovere. Mi riaddormento. C’è un continuo e fortissimo rumore di aerei che vanno e vengono…
Alle 3.45 il sacco a pelo dimostra i suoi limiti e sono nuovamente sveglio; spacco 6 scaldamani ma ne funzionano solo 3, metto i piedi e sacco a pelo nella borsa da sella insieme ad uno scaldino. Funziona!!! Mi metto i restanti 2 sulla pancia ed in casca del piumino e tampono la situazione in attesa dell’alba perchè, per esperienza, non appena sorge il sole la tenda si scalda in un lampo. Chiudo gli occhi ma non è un gran dormire così ed a tratti il vento scuote la tenda in modo preoccupante. Ad un tratto mi sembra vedere una luce diversa, apro la cerniera e vedo che dietro al Rocciamelone ci sono le prime sfumature arancioni e viola… il sole sta arrivando ed infatti dopo pochi minuti la tenda inizia a scaldarsi ed io piombo in un sonno profondissimo
Apro gli occhi alle 7.30 o 7.45, non ricordo. In tenda c’è un bel tepore e mi godo la soddisfazione di aver convissuto ed accettato le mie paure. Apro nuovamente la cerniera ed ora è bellissimo essere l’unico lassù. 
Il cielo è azzurro e la temperatura è salita a ben 6 gradi che diventano 7.5 verso le 9.30. Cazzeggio abbondantemente.
Salgo sullo spiazzo e vedo il triangolo d’ombra dello Chaberton proiettato a chilometri di distanza: mi ricorda alcune foto di albe sul K2 in cui si vede la piramide sulle montagne circostanti.
La Barre des Ecrins, sotto la quale c’è il Col du Lautaret dove sono salito la settimana scorsa con la bici da strada.
Mamma mia quant’è bello essere quassù e vedere nuovamente le torri dorate…
Monginevro e più in fondo Briancon…
Il Monte Bianco…
Il Monviso…
Vado a fare quattro passi all’interno…
E poi decido di farmi un bel selfie con tutti gli elementi di quest’avventura: lo Chaberton, la tenda, la Kahuna e la soddisfazione stampata sul mio faccione… non manca nulla
Il Garmin annuncia: ore 9:30 – 7.2° – 20.14km e 2058m di ascesa. Beh non c’è male…
E’ emozionante e mi sento molto sereno ed in pace con me stesso: capisco che la scelta di non tornare a valle è stata quella giusta. Mangio qualcosa, poi smonto la tenda e sistemo il piazzale esattamente come l’avevo trovato; ancora qualche foto, ringrazio la montagna per avermi spronato, accudito e protetto. Sistemo le borse e poi mi preparo a scendere…
A guardare giù è impressionante pensare di scendere da qua in sella ad una bicicletta…
Ed infatti primi metri in sella sono di pura vertigine: la pendenza a lato del sentiero è tale che sembra di volare sospesi con un filo immaginario che collega la Barre des Ecrins con il Rocciamelone. Dopo qualche metro devo fermarmi, respirare, placare le emozioni e ripartire. Da qui in poi è IL piacere della discesa, l’assaporare la forza di gravità che ti accompagna verso valle su un sentiero tutt’altro che tecnico ma estremamente piacevole, incastonato tra pareti di roccia e paesaggi lunari. Incrocio i primi escursionisti a piedi poco prima del colle. Poi inizio la discesa verso Pian dei Morti, qua il sentiero è un po’ più tecnico ma nulla di impressionante, più che altro il fondo è disastrato. Arrivo alla Rocca Tagliata e poi la zona dei tornanti, dove incontro un inglese con una Fantic fat-bike elettrica che procede… a spinta. Strano: avrei pensato proprio ad una fat come alla bici ideale per galleggiare su questa poltiglia pietrosa. Invece non pare essere sufficiente neanche l’aiuto elettrico.

 

Da questo punto in poi la strada diventa pulita e veloce ed in un attimo sono Fenils, mi volto a guardare la cima: poche decine di minuti fa ero lassù, un ultimo saluto allo Chaberton, lo ringrazio di avermi concesso la possibilità di salire, perchè a pensarci bene non siamo noi umani a “scalare” le montagne ma sono queste ultime a “lasciarsi scalare”. Ed in questo caso è stato proprio così.
Da qua è tutto asfalto fino a Oulx ed alla stazione ferroviaria, esattamente dove ho iniziato a pedalare 8 giorni prima. E’ un anello che si è chiuso, fisico ed emotivo. E’ stato bellissimo. Spaventosamente bello. Nei giorni successivi farò ancora un’ultima salita a Bielmonte con Gianluca e Manuel e la cosa che mi stupirà sarà la quasi totale assenza di fatica durante l’ascensione. E proprio con Bielmonte concludo 14 giorni esclusivamente dedicati alla bicicletta per un totale di 10.300 di dislivello. Solitamente li facevo in 6 mesi o più, se me l’avessero raccontato a Febbraio non ci avrei creduto. Come direbbe il Sic: DioBò che spettacolo raga!!! 

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